LA "PASSIONE RIFORMISTA" DI SCELTA CIVICA. INTERVENTO IN AULA DI ENRICO ZANETTI, DISCUSSIONE DEL DEF 2013

Seduta del 6 maggio 2012
Discussione generale sul Documento Economico Finanziario 2013

Presidente, Colleghi,

lo stallo istituzionale durato circa due mesi ci porta oggi a discutere un Documento Economico Finanziario predisposto dal Governo uscente invece che da quello subentrato.

L’inevitabile e più che ragionevole conseguenza è quella di un Documento assai più dettagliato nell’illustrare le politiche che ci hanno portato a questo stadio e le riforme che sono state già varate, piuttosto che le politiche che caratterizzeranno il domani prossimo e venturo, nonché le riforme da attuare per corroborarle.

Considerati i tanti condivisibili propositi enunciati dal nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, in occasione della discussione sulla fiducia al Governo, è evidente che si renderà necessario quanto prima un aggiornamento della situazione, a cominciare dal Piano Nazionale di Riforma.


Già da ora, tuttavia, possiamo valorizzare al meglio questo Documento cogliendone gli spunti informativi che ci offre in modo puntuale e dettagliato.

Primo tra tutti, la qualità dell’azione di risanamento e messa in sicurezza dei conti pubblici, attuata nel corso del 2012 dal Governo Monti, con il sostegno della stessa maggioranza che sostiene oggi il Governo Letta, cui ci siamo aggiunti noi di Scelta Civica: per senso di responsabilità e di servizio al Paese, ma anche per vigilare dall’interno la concreta implementazione di una serie di riforme che devono considerarsi non più rinviabili anche se, auspicabilmente, arrivasse infine una ripresa economica che rendesse meno drammatica la situazione.

Come spesso accade in questo Paese, la campagna elettorale è stata vissuta da molti come un momento di vacanza dalla serietà e dalla responsabilità.

Ora che le vacanze sono finalmente finite, si può tornare tutti a confrontarsi con la realtà dei fatti e dei numeri, per capire punti di forza cui dare continuità e punti di debolezza su cui innestare correzioni di rotta, dando così una reale speranza di sostanza e fattibilità ai condivisibili propositi enunciati pochi giorni or sono dal Primo Ministro.

La prima realtà con cui bisogna confrontarsi è quella della pressione fiscale.

Il DEF ci illustra come nel 2012 sia schizzata al 44,03% e come nel 2013 e 2014 sia attesa rispettivamente al 44,40% e al 44,28%.

Troppo elevata ed insostenibile, ma per ridurla bisogna avere innanzitutto chiari i presupposti che l’hanno determinata.

Diversamente, si otterrà solo di creare i presupposti per aumentarla ancora di più in seguito.

Questo livello di pressione fiscale non è figlio delle idee più o meno balzane di un gruppo di tecnici scollegati dalla realtà e incapaci di comprendere i riflessi recessivi che avrebbe determinato un aumento di quasi due punti percentuali di pressione fiscale da un anno per l’altro.

Magari lo fosse stato: allora sì che sarebbe stato sufficiente rimuoverli e voltare pagina.

Questo livello di pressione fiscale è figlio delle mancate riforme strutturali; riforme che il nostro Paese ha rinviato sino a quando, a giugno 2011, la crisi strutturale dei conti pubblici è esplosa in tutta la sua sino ad allora negata evidenza, rendendo a quel punto inevitabile il ricorso allo strumento di riequilibrio più tristemente immediato e facile: l’aumento della pressione fiscale per aumentare le entrate di bilancio.

Ed infatti, già nell’ultimo Documento Economico Finanziario del Governo Berlusconi, approvato il 22 settembre 2011, dopo le due manovre estive e gli impegni assunti in sede europea, già risultava prevista per il 2012 una pressione fiscale del 44,07%, per il 2013 del 44,84% e per il 2014 del 44,83%.

Al Governo Monti possono dunque essere contestate alcune cose, ma certamente non quella di aver meramente attuato un incremento di pressione fiscale che, per ineluttabile necessità contingente, era già stato messo a bilancio pure da coloro che, per lo meno a parole, sono i primi nemici delle tasse.

Anzi, a ben vedere, il Governo Monti è riuscito a reindirizzare gli impegni di bilancio verso una pressione fiscale leggermente inferiore a quella che gli era stata lasciata in eredità: - 0,03% nel 2012; - 0,44% nel 2013; - 0,53% nel 2014.

Ci è riuscito grazie a una politica di rigore sulla spesa che, soprattutto se l’obiettivo è, come deve essere, quello di ridurre la pressione fiscale, deve necessariamente proseguire e semmai intensificarsi.

Anche da questo punto di vista, il confronto tra le risultanze del DEF che stiamo discutendo e l’aggiornamento che fu approvato a settembre 2011 è prezioso per documentare, numeri alla mano, l’efficacia di una azione che deve proseguire su questo binario.

Per il 2012, la minore spesa corrente a bilancio, rispetto a quella che si prevedeva nell’aggiornamento del DEF di settembre 2011, è di 13 miliardi.

Sul 2013 questo differenziale sale a oltre 16 miliardi e sul 2014 arriva a superare i 23 miliardi.

Questo ragionamento è prezioso per capire alcune cose fondamentali, al fine di indirizzare al meglio le scelte future, senza inquinamenti da campagna elettorale.

Appurato che l’aumento di pressione fiscale era, nell’immediato, considerato inevitabile da tutti, la discussione oggi deve concentrarsi più che altro sulla qualità della sua mera attuazione da parte del Governo Monti.

Ciò al fine di cogliere i profili di priorità nel riassorbimento delle singole componenti che hanno concorso ad attuare questo aumento.

Da questo punto di vista, l’introduzione dell’IMU e l’aumento dell’IVA, quest’ultimo per altro in buona parte scongiurato e per la parte restante non ancora entrato in vigore, sono state scelte sicuramente preferibili ad aumenti dell’IRAP e delle imposte sui redditi di lavoro.

Sfidiamo chiunque ad affermare che sarebbe stato meglio aumentare di venti miliardi la tassazione diretta su imprese e lavoratori.

Ebbene: non vale forse lo stesso ragionamento oggi che, grazie ai frutti del risanamento dei conti, si può cominciare a impostare una graduale riduzione della pressione fiscale?

Questo ovviamente non vuol dire rinunciare in assoluto a limature sull’IMU, che anche noi riteniamo opportune e necessarie, soprattutto verso le famiglie numerose e nei confronti di coloro che sono gravati da mutui per l’acquisto dell’abitazione.

Significa semmai avere chiaro una volta per tutte che, nell’istante in cui si decidessero di veicolare a questo scopo non uno o due miliardi di risorse, ma sette o otto, si starà dicendo agli italiani non solo “ti tolgo l’IMU sulla prima casa”, ma anche “non detasserò i redditi di lavoro degli under 30”, “non taglierò ulteriormente il cuneo fiscale” e forse anche “non bloccherò definitivamente l’aumento dell’IVA”.

Perché l’unica alternativa, per fare tutte queste cose insieme, invece che alcune prima e altre solo poi, è far esplodere il deficit di bilancio.

Un approccio che sappiamo avere ancora oggi estimatori trasversali, ma che costituisce l’origine dei problemi dei nostri conti pubblici, non il punto di arrivo della loro soluzione.

Ecco che, nella impossibilità di fare tutto subito, l’ordine di priorità deve necessariamente essere quello della idoneità di una misura fiscale a impattare sulla crescita del PIL, proprio perché è con la crescita che si possono trovare le risorse per la copertura anche degli interventi che meno la impattano in modo diretto.

Noi auspichiamo che il Governo tenga bene a mente questo criterio nelle sue prossime scelte, contemperandolo solo ed esclusivamente con l’urgenza di dare sollievo anche alle famiglie più numerose ed a quelle la cui prima casa è gravata da mutuo ipotecario, agendo sì, in questo caso e con questi limiti, prioritariamente sull’IMU.

Così come auspichiamo che, nel mantenere la barra a dritta sul contenimento della spesa, il Governo sappia ottenere dall’Europa il via libera per aumentare di uno 0,5% di PIL il deficit anche sul 2014, così da proseguire il piano straordinario di pagamenti dei debiti scaduti delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei loro fornitori.

I numeri del DEF evidenziano infatti come sul 2014 possa sicuramente esservi lo spazio non solo finanziario, ma anche economico per ripetere l’operazione varata quest’anno dal Governo Monti.

Altro punto molto importante è quello della lotta all’evasione fiscale.

Nel DEF viene giustamente evidenziato il trend crescente del gettito annualmente recuperato dal 2006 in avanti.

Questo importante risultato è stato però accompagnato da una eccessiva concentrazione di poteri in capo alla filiera Agenzia delle Entrate – Equitalia, con quest’ultima che è sotto ogni punto di vista il braccio operativo della prima e dell’INPS, invece che del Ministero dell’Economia.

Oggi non si tratta certo di tornare indietro da un percorso che deve anzi proseguire sul fronte del costante aumento del recupero di gettito dall’evasione fiscale, ma è necessario coniugare l’efficacia dell’azione con una ripartizione di ruoli, poteri e competenze che eviti il verificarsi di asperità eccessive e controproducenti nel rapporto con i cittadini, facendo talvolta deragliare l’efficienza nella ferocia.

Quando si parla genericamente di necessità di riformare Equitalia, è in realtà di questo che si sta parlando: necessità di ricalibrare la macchina fiscale nel senso di una maggiore democraticità dei processi, rimettendo al centro del rapporto tra fisco e contribuente il Governo e il Parlamento.

Tre sono a nostro avviso le azioni da intraprendere.

Uno: cessare il sistematico ricorso alla decretazione d’urgenza per l’adozione di provvedimenti fiscali, a cominciare proprio da quelli che hanno per oggetto l’introduzione di nuovi poteri di accertamento e riscossione, essendo più che mai necessaria una adeguata istruttoria delle norme da parte delle competenti commissioni parlamentari che mal si concilia con i tempi di conversione in legge dei decreti.

Due: ricondurre Equitalia al Ministero dell’Economia, quale sua diretta partecipata, in luogo della sua attuale posizione subordinata rispetto a Agenzia Entrate e INPS.

Tre: dare vita a una magistratura tributaria professionale, con formazione specialistica e indipendente, anche dal punto di vista organizzativo, dal Ministero dell’Economia.

Solo attribuendo a ciascuna parte del telaio della macchina fiscale la sua giusta funzione, si potrà ottenere di creare i presupposti di un rapporto tra fisco e contribuente efficiente senza essere feroce, innestando poi il motore di una riforma quantitativa e qualitativa del prelievo fiscale.

Per una lotta all’evasione efficiente senza essere feroce e realmente al servizio dell’equità dei cittadini, ancora di più serve che il suo intero gettito venga destinato alla riduzione delle imposte pagate dai cittadini onesti e non invece a copertura di impegni di spesa assunti contestualmente all’adozione di nuove norme anti-evasione.

Il Governo Monti è stato il primo a spezzare il circolo vizioso di norme anti-evasione inserite con relative stime di gettito – stime invero sempre aleatorie – poste a copertura di impegni di spesa assunti nell’ambito dei medesimi decreti che le introducevano.

Tutti i Governi precedenti avevano sempre usato questa tecnica, generando così due gravi distorsioni.

La prima: non è mai stato possibile restituire ai cittadini le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione per il semplice fatto che i Governi se le spendevano in bilancio prima ancora di incassarle.

La seconda: nell’istante in cui quelle maggiori entrate venivano già scritte in bilancio, in un modo o nell’altro bisognava cercare di reperirle, trasformando così nei fatti il compito dell’amministrazione finanziaria da quello di chi deve cercare gli evasori, a quello di chi deve trovare gli evasori; e, se gli evasori non li devi cercare, ma trovare, tendi a trovarli anche quando in realtà ti imbatti in contribuenti onesti.

Molta parte dell’imbarbarimento del rapporto tra fisco e contribuente nasce da questo modo errato di concepire la lotta all’evasione, a sua volta frutto del modo errato di impostarla.

Solo riportando la lotta all’evasione ad una battaglia di equità per i cittadini, invece che a una guerra di gettito per le casse dello Stato, si potrà debellare questa piaga che danneggia l’intera economia del Paese.

E solo dimostrando una pari attenzione e tensione nella lotta agli sprechi, alle inefficienze e alla corruzione nel settore pubblico si potrà elevare la lotta all’evasione fiscale del settore privato da mera questione economica a vera e propria questione morale.

Oggi questa simmetria non si vede affatto.

Basti pensare alla grande differenza che intercorre tra i molteplici obblighi di cui sono gravate le partite IVA italiane in termini di dichiarazioni e comunicazioni all’anagrafe tributaria, mentre sul versante delle uscite lo Stato non è nemmeno in grado di conoscere a quanto ammontano complessivamente i debiti scaduti delle pubbliche amministrazioni e quasi mai risultano previste sanzioni personali per quei dirigenti pubblici che omettono di adempiere agli obblighi informativi.

Ancora, basti pensare agli accertamenti esecutivi anche in pendenza di giudizio che, nel nome della lotta all’evasione “senza se e senza ma” trasformano il cittadino in un presunto evasore, mentre nessuna esecutività in pendenza di giudizio sussiste per gli atti di contestazione di danno erariale che la Corte dei Conti eleva nei confronti di politici, amministratori e dirigenti pubblici infedeli.

Due pesi e due misure inaccettabili, perché lotta all’evasione fiscale del settore privato e lotta agli sprechi e alla corruzione del settore pubblico sono due facce della stessa medaglia che vanno affrontate con armi simili o comunque non così palesemente sperequate a danno del cittadino suddito e a vantaggio del politico o burocrate sovrano.

Questo approccio nella gestione del lato entrate e del lato uscite del bilancio dello Stato sarà decisivo per mantenere il necessario rigore e incrementare al tempo stesso la percezione dell’equità ad esso connessa, consentendo così al Governo di seminare le riforme strutturali necessarie per la crescita su un terreno più solido e condiviso.

Riforme strutturali la cui finalizzazione è il motivo principale per cui Scelta Civica sostiene questo Governo.

L’importante è avere chiaro non solo quali sono i molti ambiti su cui queste riforme devono svilupparsi, ma anche cosa si intende per riforme strutturali.

Per noi di Scelta Civica, riformare non significa tirare semplicemente una riga.

Troppo spesso nel nostro Paese le riforme, anche quando si è riusciti a farle, si sono tradotte nella più becera logica del “chi c’è, c’è”, disponendo esclusivamente per il futuro e lasciando intatto tutto il pregresso tal quale si trovava al momento del passaggio da un sistema all’altro.

Lo si è fatto in previdenza; lo si è fatto nel mercato del lavoro; lo si è fatto altrove.

Se questo Paese si rassegna ad essere una decadente caserma in cui lasciar albergare il principio del “chi prima arriva, meglio alloggia”, nessuna riforma strutturale potrà mai salvarlo.

Per noi riformare significa far transitare una comunità nazionale da un modello che evidentemente non funziona più bene, o che comunque non risulta più sostenibile, ad un modello che possa funzionare meglio ed essere sostenibile per tutti, senza creare cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Questo Paese è bloccato dalla logica del diritto acquisito e lo è doppiamente perché, nella sua sistematica incapacità di assumere decisioni e fare distinguo tra situazioni virtuose e viziose, pretende di tutelare acriticamente qualsiasi posizione maturata o anche mera aspettativa, senza neppure distinguere tra quelli che sono in effetti diritti e quelli che sono oggettivamente privilegi.

Bisogna passare dalla logica del diritto acquisito a quella del diritto sostenibile, in forza della quale l’unico diritto che può considerarsi acquisito è quello che può continuare ad essere acquisito anche da chi non ne è già titolare.

Diversamente, anche quando riusciremo a riformare un sistema, contribuiremo soltanto a sfilacciare ancora di più quel senso di appartenenza ad una comunità nazionale che costituisce il collante imprescindibile tra i cittadini e le generazioni.

Riformare pensando a come costruire il futuro, non solo a come mettere in sicurezza il passato.

Questo è l’impegno e la passione riformista che ci anima.

Questo è uno dei principi cardine su cui imposteremo la nostra valutazione dell’aggiornamento del Piano Nazionale di Riforme che attendiamo presto da questo Governo.

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