Enrico Zanetti a La Repubblica: "Orlandi si deve dimettere, governo con me"

"Se continua ad esternare il suo malessere e a dire che l'Agenzia muore, le dimissioni diventano inevitabili". Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica e sottosegretario all'Economia, parla di Rossella Orlandi, numero uno dell'Agenzia delle entrate.

Sottosegretario, chiede la sua testa?
"La decisione compete al ministro dell'Economia e al presidente del Consiglio".

E allora perché quest'accanimento?
"Nessun accanimento. Le parole della Orlandi, sempre che non le smentisca o le ridimensioni, sono incompatibili con qualsiasi ipotesi di leale collaborazione col governo che l'ha nominata".

Parla per sé o a nome di chi?
"Parlo come componente del governo. Ma sono convinto che la mia posizione sia assolutamente condivisa da Palazzo Chigi".

 

Che però tace, così come il ministro Padoan.
"È normale, per ora. Ma non dubito che presto il ministro farà sapere la sua".

È infastidito?
"Chiunque lo è. In questi mesi l'approccio dell'Agenzia ha determinato forte irritazione nel Mef e nel governo".

Non c'è più feeling. È per questo che viene isolata?
"Il clima è cambiato, questo sì. Ma non è isolata. Se lei si sente messa all'angolo è solo perché preferisce risolvere in un altro modo il nodo dei suoi dirigenti dichiarati illegittimi dalla Consulta. L'errore qui però è che difende i suoi uomini più fidati, non l'istituzione. Ma questo non è il suo compito".

Vorrebbe non veder decapitati posti chiave per la lotta all'evasione, dice.
"Non possiamo consentire a questi dirigenti, assunti in modo illegittimo, di tornare ai loro posti senza concorso. E invece ci sorbiamo da mesi la tiritera del direttore che dice di non essere in grado di andare avanti".

Tiritera o ragionevole allarme?
"È ragionevole darsi una mossa e fare i concorsi. Questo fa un direttore. Se non si sente in grado, lasci".

Non sta facendo il suo lavoro, vuol dire questo?
"Secondo me no. Passa il tempo a chiedere soluzioni giuridicamente impraticabili. Vuole forse una sanatoria? Se il governo la facesse, scoppierebbe la rivolta nelle agenzie. Gli altri 40 mila dipendenti non hanno l'anello al naso".

Ma è una questione solo di poltrone o anche di decisioni spiazzanti, come la soglia del contante a tremila euro, gli affitti pagati cash, i money transfer più liberi di operare? La lotta all'evasione non ne esce sminuita?
"Il direttore dell'Agenzia delle entrate non è il ministro delle Finanze. La politica fiscale la fa il governo. L'Agenzia deve fare i controlli, non decidere quali. È una voce che ascoltiamo, per carità. Ma non sempre condividiamo. E quando si sceglie una linea, il direttore si adegua ed esegue. Zitti e pedalare. Altrimenti è libero di andare da un'altra parte".

Dirigenti meno qualificati, minori controlli. Non teme questo effetto?
"Assolutamente no. E mi rifiuto di contrattare decisioni politiche con organismi tecnici".

Perché continuate a dipingere ancora l'Agenzia come quella che fa i blitz?
"Lo diciamo, ma nessuno pensa alla Orlandi. Coda di paglia, se si offende. La discontinuità su questo punto c'è stata, ma ce l'aspettiamo anche sul fronte interno".

I dirigenti si sentono sotto attacco e se ne vanno.
"E chi è che li attacca, la Consulta forse? Difenderò l'autonomia dell'Agenzia fino alla morte. Ma nel quadro della legge, non fuori come negli ultimi 15 anni".

Non sarà che lei vuole fare il ministro delle Finanze?
"Sarebbe opportuno separare il ministero, lo dico da anni. Ma che c'entra? Non scherziamo".

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