Enrico Zanetti a Il Gazzettino: «Solo una difesa d'ufficio. Orlandi è incompatibile»

II segretario di Scelta Civica: chiarimento politico urgente, è in gioco la politica fiscale.

Il ministero dell'Economia conferma «stima immutata» a Rossella Orlandi, direttore dell'Agenzia delle Entrate nel giorno in cui lei ne chiede le dimissioni. Enrico Zanetti, sottosegretario all'Economia, non si sente sconfessato?
«Nessuna smentita. Intanto è un comunicato del ministero di due pagine che fa l'elenco di quanto stiamo facendo per potenziare l'Agenzia. E non a caso non è firmato dal ministro - replica Zanetti - Ha il sapore di una difesa d'ufficio in attesa del doveroso chiarimento politico che ho subito chiesto, anche come segretario di Scelta Civica, a Padoan e al presidente del Consiglio».

 

Lei, oggi, nell'intervista che ha scatenato il caso ha detto che la sua posizione è assolutamente condivisa da palazzo Chigi e che Padoan presto si sarebbe fatto sentire. In effetti lo ha fatto... Ma vi siete parlati?
«Non mi risulta di essere stato smentito da palazzo Chigi comunque, si, oggi mi sono sentito sia con Renzi che con Padoan: devo dire che se fossi stato al suo posto mi sarei mosso come lui. Il chiarimento avrà luogo non appena Renzi torna dall'estero».

L'oggetto qual è?
«E semplice. Vogliamo capire se facciamo parte, come continuo a credere, del governo che scrive i trattati contro i paradisi fiscali, potenzia i controlli incrociati dei dati, introduce il reato di autoriciclaggio, alza a 3.000 curo la soglia per l'uso del contante e lavora al rafforzamento organizzativo dell'Agenzia nel rispetto delle norme sul pubblico impiego, oppure se siamo il governo che “sta facendo morire l'agenzia fiscale”, come sostiene la Orlandi. È un punto dirimente. Di certo, in un governo così non resterei più».

Con le Entrate invece nulla da chiarire?
«Ribadisco: è inaccettabile che il direttore Orlandi critichi in pubblico le decisioni dell'esecutivo, come sul contante. È incompatibile con il principio di leale collaborazione col governo che l'ha nominata. C'è chi sostiene che l'importante è che non lo dica più e chi, come me, pensa che la misura è colma per cui dovrebbe dimettersi. La politica fiscale la fanno il governo e il Parlamento. L'Agenzia si occupa dei controlli. E quando il livello politico decide o legifera l'Agenzia ne prende atto senza farne materia di dibattito e controcanto pubblico».

Anche a maggio lei aveva attaccato l'Agenzia («sempre le stesse logiche, gli stessi errori») e proposto che Equitalia passasse sotto il controllo dell'esecutivo.
«La questione di Equitalia è uno dei cardini di Sc sul fisco ma non c'entra con questa vicenda. Noi intendiamo rafforzare l'Agenzia e la lotta all'evasione. Ma nel rispetto del regole, lo stesso che l'Agenzia pretende dai contribuenti».

Uno dei punti di scontro riguarda le centinaia di dirigenti assunti - ha stabilito la Consulta - in modo illegittimo
«Della situazione creatasi non ha colpa questo governo nè questo vertice delle Entrate. Lo scandalo è che tutti i governi e le dirigenze degli ultimi 15 anni abbiano ignorato una norma base della Costituzione e cioè che c'è un solo modo per assumere i dirigenti pubblici: bandire concorsi».

La minoranza dem, i sindacati dei dirigenti ed altri puntano invece a risolvere la questione con una sanatoria legislativa.
«Sono già stati presentati e respinti vari emendamenti. Se verranno riproposti nella legge di stabilità faranno la stessa fine. Il governo ha da tempo predisposto le norme che consentono all'Agenzia di bandire i concorsi. Stiamo aspettando».

E se l'Agenzia non provvedesse?
«Non ho dubbi che lo farà. Altrimenti sarebbe un fatto gravissimo».

La minoranza del Pd e Sel la accusano di favorire l'evasione attaccando la Orlandi. Cosa ribatte?
«Si vergognino. Mi stupisce che forze di sinistra che dovrebbero avere a cuore la tutela anche dei 40.000 dipendenti dell'Agenzia e non solo di qualche centinaio di dirigenti non spendano una parola affinché vengano banditi i concorsi. Ricordo che fui io ad oppormi alla norma, da loro approvata, del salva-Berlusconi che introduceva una franchigia del 3% all'evasione estendendola ai rea-ti di frode».

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