Zanetti a L’Unità: «Nella Ue non sono abituati a un'Italia che punta i piedi»

Enrico Zanetti, Sottosegretario all'Economia: sulla flessibilità chiediamo cose possibili.

La reazione dura di Juncker dimostra che in Europa «non sono abituati a una Italia che punta i piedi» e che contano sul fatto che «da noi pure le opposizioni dichiaratamente antieuropeiste sono pronte ad applaudire e considerare improvvisamente Vangelo anche la più piccola critica che l’Europa scarica sul governo nazionale». È questa la lettura che dà il Sottosegretario all'Economia e Segretario politico di Scelta Civica, Enrico Zanetti, dell'ultimo scontro tra Renzi e il presidente della Commissione. Ma sul via libera alla Legge di Stabilità, spiega a l'Unità,«sono convinto che non si potrà arrivare a conclusioni diverse».

Qual è secondo lei la ragione dei toni duri usati da Juncker contro l’Italia? Al di là delle questioni di forma qual è la sostanza di questo scontro?
«Eviterei di parlare di scontri. ma è  fisiologico che una dialettica frizzante possa essere alimentata dalla questione dei tre miliardi che l’Ue ha promesso di dare alla Turchia per la gestione dei rifugiati. Noi, come Italia, ovviamente non siamo contrari, semplicemente chiediamo che i soldi vengano trovati dalla Commissione nelle disponibilità del bilancio europeo 2014-2020 e non dai singoli Stati con finanziamenti aggiuntivi cui l’Italia dovrebbe contribuire come al solito in misura importante, per altro dopo essere stata lasciata per anni a se stessa proprio sul fronte dell'immigrazione».

 

Ed è solo L’Italia a frenare questa partita?
«Non solo, ma quasi. La Germania e i Paesi del Nord e dell'Est sono favorevoli perché i flussi migratori dalla Siria via Turchia li investono in piene e, come quasi sempre, dove va la Germania va la Francia. La decisione deve però essere presa all'unanimità, quindi bastiamo e avanziamo. La verità è che in Europa non sono abituati a una Italia che rispetta le regole e contemporaneamente punta i piedi anche da sola se necessaria. Quando lo fa ad esempio l'Inghilterra l'Europa tiene i toni bassi e quasi si scusa; una volta che finalmente lo fa se ne esce invece Juncker con simili dichiarazioni».

E perché secondo lei?
«Perché sanno che con l'Inghilterra e altre nazioni sortirebbero l'effetto contrario, compattando opposizioni e governo nazionale, mentre con l'Italia funziona alla grande, perché da noi pure le opposizioni dichiaratamente antieuropeiste sono pronte ad applaudire e considerare improvvisamente Vangelo anche la più piccola critica che l'Europa scarica sol governo nazionale. Vede, io guido il movimento politico italiano più convintamente europeista, ma abbiamo anche un forte orgoglio nazionale ed è veramente deprimente doverci confrontare con dei nazionalisti d'accatto che sanno bene da dove nascono certe fisiologiche frizioni e ciò nonostante non esitano ad usarle per battaglia politica interna».

Quanto è legata la questione alla valutazione della Legge di Stabilità da parte della Commissione?
«In politica tutte le questioni sono slegate e collegate al tempo stesso. Sulla flessibilità l'Italia non chiede cose impossibili al di fuori delle regole, ma cose possibili all'interno di una cornice di regole che ha contribuito in modo determinante a rendere meno rigide. Perché è così che si sta in Europa a testa alta, con capacità politica di cambiare le regole e coraggio politico di ottenerne l'applicazione».

Al ministero dell'Economia che tipo di contatti avete con i funzionari della Commissione europea, che livello di consultazione c’è stato nel mettere a punto la Legge di Stabilità?
«I contatti sono costanti e il ministro Padoan è estremamente presente in sede europea. La consultazione è stata intensa e proprio grazie ad essa, se lo schema del deficit al 2,2% più un ulteriore 0,2% rinviato a primavera poteva considerarsi nei fatti pacifico, sono convinto che non si potrà arrivare a conclusioni diverse a fronte di un deficit direttamente portato a 2,4%, e comunque in calo rispetto al 2,6% del 2014, per dare risposte immediate sul fronte di sicurezza e cultura dopo i fatti di Parigi».

Perché l'Italia ne fa una questione di correttezza in Europa? In quali misure ritiene che la Commissione ha fatto concessioni agli altri Paesi europei che non fa all'Italia? Faccio alcuni esempi: Nord Stream? La legge di bilancio di Rajoy? Il deficit francese e le spese di Hollande per la sicurezza? La chiusura delle frontiere di alcuni Paesi?
«Se giochiamo a fare i precisi, ci sono varie questioni, certamente parte di quelle da lei indicate, ma anche l'avanzo commerciale tedesco, lo sconto sui contributi al bilancio europeo di cui gode da oltre trent'anni l'Inghilterra e via così. L'Italia in Europa è a credito di flessibilità verso i suoi partner, non certo a debito. Tutto qua».

In Italia alcuni all'opposizione hanno letto l'attacco di Juncker a Renzi come una sconfitta dell'Italia? Condivide? C'è il rischio che questa politica europea muscolare produca più danni che benefici?
«Sui comportamenti dell'opposizione ho già detto. Per il resto, credo che gli unici veri rischi siano andare in Europa senza quel rispetto delle regole che sta alla base della credibilità di un Paese, oppure inginocchiati al minimo rischio di un sussurro negativo della Commissione per evitare sciacallaggi di politica interna, perché questo sarebbe anteporre gli interessi politici del governo a quelli reali del Paese. Cioè quello che hanno fatto governi deboli e screditati come quello di Berlusconi nel 2011. Noi per fortuna siamo forti e Renzi é un presidente del Consiglio che come tutti ha suoi difetti, ma certamente non quello di preoccuparsi di cosa dire in Europa pensando a cosa poi Brunetta e soci diranno in Italia».

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