Zanetti a L’Unità: «Serve un'Agenzia delle uscite per le spese della Pa»

«Ora più concorrenza nei privato sul fronte liberalizzazioni e trasparenza nel pubblico»

Due anni al governai per Scelta Civica sono stati soddisfacenti o si poteva fare di più, onorevole Zanetti?
«Siamo orgogliosi delle riforme costituzionali, qualcosa su cui pochi avrebbero scommesso. C’è invece il rammarico per non aver cambiato la macchina fiscale tarata ancora più per fare la caccia al gettito che una vera lotta all'evasione».

Guardiamo avanti, cosa c'è in agenda?
«Prima di tutto mettere mano alla macchina fiscale e trasformarla nel senso di dare priorità alla lotta all'illegalità fiscale e al vero sommerso piuttosto che accanirsi contro chi è già emerso. Poi separare l'assistenza dalla previdenza, per essere più equi sui trattamenti assistenziali e nella lotta alla povertà e per poter difendere ciò che nell'ambito previdenziale è un legittimo diritto acquisito e non pura rendita di posizione».

Nessuna revisione delle pensioni di reversibilità?
«Mai state in agenda».

Tutti punti condivisi con il Pd?
«Assolutamente si. Ne aggiungo un terzo, che caratterizza Scelta Civica: più concorrenza nel privato sul fronte delle liberalizzazioni e più trasparenza nel pubblico. Quello a cui puntiamo è una vera e propria Agenzie delle uscite: un omologo di quella delle entrate ma anziché controllare i contribuenti agisce sulle spese delle pubbliche amministrazioni. Ne aggiungo altri due, ugualmente prioritari: l'agenda digitale, dovremmo lanciare una vera e propria campagna paper-less (no carta); la programmazione della spesa dei fondi europei».

 

Tasto dolente. Come stiamo andando?
«Molto male per il passato, a mio avviso abbiamo sprecato quasi tuffi i circa 40 miliardi destinati all'Italia, quelli spesi e quelli non utilizzati. Più della metà se ne sono andati in 800 mila micro progetti che non sono investimenti. L’altra metà su corsi di formazione della cui natura mi taccio. Ora, ne1 2016, entriamo nel vivo della spesa periodo 2014-2020. È chiaro che serve una cabina di regia al governo che imposti il lavoro delle regioni».

Il nostro debito pubblico continua a crescere, 34 miliardi in più nel 2015, siamo a 132,8 % sui pil. Non crede sia il primo punto della nostra agenda nel prossimo biennio?
«È evidente che tutte le linee di merito dì cui sopra vanno declinate in un contesto di conti pubblici che devono migliorare. Quest'anno il debito diminuirà, dal 133 al 132%. L'Italia non intende deviare da un percorso di miglioramento costante anno su anno. Ma Bruxelles non ci può minacciare con le clausole di salvaguardia. Lo dice il segretario di un partito che forse è il più europeista di tutto iI governo».

E però i consumi interni sono fermi, nel primo trimestre cresciamo dello 0,3 e la disoccupazione, pur diminuita, è sempre all'11,4. Perché non ripartiamo?
«Si sta ripartendo. È vero che lo facciamo più lentamente degli altri paesi. Perdue motivi: l'Italia ha sempre avuto indici di crescita sotto la media, attitudine che cambi solo con riforme strutturali che stiamo facendo ma che producono effetti solo nel medio periodo; è chiaro che i numerosi tagli alla spesa sono necessari ma riducono la spesa. Ma noi non stiamo correndo i cento metri per le elezioni ma una maratona per il Paese».

Cosa fare per togliere le nostre banche dalla speculazione dei mercati?
«Battere i pugni in Europa non per tornare indietro dal bail in ma per arrivare presto all'unione bancaria in modo che tutti i paesi dispongano degli stessi strumenti per rafforzarsi ma a nelle difendersi».

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