L'OSTERIA SENZA OSTE. SCRIVO A BEFERA.

Sono lieto, con la mia presenza ieri a Valdobbiadene, di aver non soltanto dato un segnale di attenzione e vicinanza al territorio del Governo centrale, ma anche, con il mio intervento, di aver potuto ricordare ai cittadini di Valdobbiadene e agli ospiti che l'Agenzia delle entrate è una istituzione al servizio dei cittadini, fatta di uomini che possono sbagliare, come accade per tutte le categorie professionali, nel pubblico come nel privato, ma rispetto alla quale è assurdo partire prevenuti, lanciando critiche generalizzate, spesso senza nemmeno leggere le carte e conoscere i problemi.
Ciò detto, avendo ora avuto modo di leggerle queste carte, e di ascoltare anche alcuni file audio che mi sono stati consegnati dal De Stefani insieme ad esse, scriverò già in settimana una lettera al dottor Attilio Befera, Direttore dell'Agenzia delle entrate, per portare alla sua attenzione l'opportunità di seguire molto da vicino, per i profili di sua competenza, la vicenda che si snoda intorno al caso della "Osteria senza l'oste".

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SALVARE VENEZIA DA CHI LA AMMINISTRA COSI' MALE

La dichiarazione di inammissibilità al Senato dell'emendamento che avrebbe dovuto introdurre quasi fuori tempo massimo la norma "Salva Venezia" non costituisce certo il capolinea per una città che ha saputo sopravvivere a ben altre prove nella sua millenaria storia, ma costituisce senza dubbio il capolinea per Sindaco e Giunta.
Alla situazione di questi giorni siamo arrivati non a causa di un improvviso e non preventivabile evento atmosferico di livello catastrofico, ma dopo circa dieci anni di bilanci chiusi con dismissioni patrimoniali a copertura di spesa corrente.
Per altro, dismissioni sempre più stiracchiate, funamboliche ed ai limiti del cartellino giallo da parte della Corte dei conti, come nel caso della vendita delle azioni Save l'anno scorso.
Dopodiché, a frittata ormai bella che fatta, cosa succede?
Uno: il Sindaco in carica indispettisce tutti, in città come a Roma, con dichiarazioni proprie non di chi chiede un aiuto straordinario con il cappello in mano, ma di chi rivendica un sacrosanto diritto che, mistero della fede, attesterebbe anzi la qualità sopraffina del bilancio.

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ELEZIONI EUROPEE. L'OCCASIONE DI RILANCIO DELL'AREA LIBERALDEMOCRATICA MA SOLO SE C'È AGGREGAZIONE "VERA"

Partecipare o non partecipare alle elezioni europee?
Questo è il dubbio che agita Scelta Civica e le tante sigle e associazioni che si rifanno all'area liberal-democratica che guarda all'ALDE come sua casa europea.
Per Scelta Civica, a mio modesto avviso, non ci sono alternative alla partecipazione, perché un movimento politico presente nel Parlamento italiano (e per di più con una orgogliosa vocazione europeista in mezzo a tanti anti europeismi di comodo populistico) che non si dovesse presentare alle elezioni europee, nemmeno nell'ambito di più ampie aggregazioni, certificherebbe la propria resa in modo assai più tombale di qualsivoglia esito elettorale magari poco soddisfacente.
Per tutte le altre sigle e associazioni, sempre a mio modesto avviso, le Europee del prossimo maggio non sono un dovere, ma un piacere.

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LE MIE RISPOSTE ALLE VOSTRE NUMEROSE SOLLECITAZIONI SU BANKITALIA

In questi giorni, ho ricevuto da molti cittadini numerose domande su aspetti specifici delle norme recentemente approvate sul patrimonio di Bankitalia, oltre che domande generali sulla mia opinione complessiva in relazione ad una vicenda, già di per se molto rilevante, che ha logicamente assunto una valenza politica e mediatica direttamente proporzionale all'incredibile gazzarra che ha caratterizzato la fase conclusiva dell'iter di conversione in legge del relativo decreto.
Ecco qui le mie risposte, ringraziando sin d'ora tutti coloro che mi hanno gratificato con le loro domande.

È vero che il decreto privatizza la Banca d'Italia?
Ma va là. La Banca d’Italia non è mai stata statale, bensì proprietà degli istituti bancari e assicurativi. Non si può quindi privatizzare ciò che già lo è. Nel 2005 era stata varata una norma che rinviava al Governo l'adozione di misure finalizzate a nazionalizzare la Banca d'Italia (proprio in quanto già privata e da parecchio), ma poi nessuno dei governi che si sono succeduti ha attuato questa disposizione, non fosse altro perché, a meno di voler procedere a un vero e proprio esproprio proletario, la nazionalizzazione implicherebbe allora si' per davvero la necessità di pagare un indennizzo pari a circa 5 miliardi di euro alle banche. Ipotesi che francamente mi sembrava demenziale già all'epoca, figuriamoci in questo frangente di enorme difficoltà finanziaria.

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VENEZIA SI SALVA SE CAMBIANO RADICALMENTE LE POLITICHE E LA LORO GESTIONE

In questa fase, è normale e comprensibile che l'intera attenzione dei dipendenti del Comune e gran parte dell'attenzione dei restanti cittadini sia rivolta all'approvazione delle norme che consentiranno di evitare le più immediate conseguenze dello sforamento del patto di stabilità.
Era chiaro da anni che ci saremmo arrivati (come testimoniavano le "salvezze" sempre più in extremis, raggiunte con scelte sempre più discutibili e sempre più da Corte dei conti per direttissima, come da ultimo la "salvezza" 2012 a prezzo della clamorosa svendita della partecipazione Save), ma questo non toglie che, una volta che l'emergenza scoppia, la prima cosa da fare sia cercare di metterci una toppa.
Per questo, io stesso, quando il provvedimento arriverà dal Senato alla Camera, farò la mia parte per sostenere l'approvazione di una misura che, lo dico con chiarezza, da cittadino veneziano, italiano ed europeo non mi rende affatto orgoglioso ed entusiasta.

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LEGGE ELETTORALE. NESSUN DIKTAT, SI PUO’, SI DEVE, FARE MEGLIO

Ciò che ha messo a rischio la governabilità del Paese in questi anni non è stata l'esistenza di partiti più piccoli a fianco dei grandi, ma la follia di due rami del Parlamento identici in tutto tranne che nel modo di riparto dei seggi. Se si elimina il Senato, o comunque si circoscrive alla sola Camera il potere di dare e togliere la fiducia al Governo, già questa legge elettorale incostituzionale sarebbe in grado di garantire la governabilità.
Una riforma elettorale rispettosa della Costituzione deve sicuramente riguardare la rappresentatività degli eletti e la congruità del premio di maggioranza. Il passaggio da liste bloccate lunghe a brevi può essere un passo in questa direzione, così come la previsione di una soglia minima per far scattare il premio di maggioranza e un secondo turno a due ove nessuna forza raggiunga tale soglia al primo turno. L'aumento esponenziale delle soglie minime di sbarramento appare invece ingiustificato sotto ogni punto di vista, escluso solo l'interesse di chi guida grandi partiti a scoraggiare o riassorbire scissioni di minoranze interne che si trovassero in forte contrasto rispetto alla linea politica dettata dalla loro maggioranza interna.

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PER ORA IL RICATTO LO FANNO PD E FORZA ITALIA

In questi giorni, Matteo Renzi ha battuto molto sull'importanza di varare una legge elettorale che elimini il potere di ricatto dei piccoli partiti.
È cosa buona e giusta, perché nessuno dovrebbe poter condizionare la vita politica del Paese per più di quel che pesa.
Proprio questa considerazione, tuttavia, dovrebbe ricordarci che, se il PD e la rinata FI hanno teoricamente i numeri per poter decidere praticamente da soli la nuova legge elettorale, non è perché rappresentano insieme la grande maggioranza dell'elettorato, ma perché il PD è ampiamente sovra-rappresentato in Parlamento per via di una legge incostituzionale.
In altre parole, se è giusto mettere in piedi una legge elettorale che non consenta ai piccoli partiti di esercitare ricatti, pare lecito poter definire a dir poco sbagliato un metodo che, grazie a un meccanismo elettorale incostituzionale, consente di esercitarne uno dieci volte maggiore ai partiti ''grandi''.

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LE BUGIE SUL FISCAL COMPACT DEL PARTITO UNICO DEI POPULISTI SPENDACCIONI

Anche in occasione del dibattito sulle mozioni presentate alla Camera, i 5 Stelle (ma anche Forza Italia, la Lega Nord, Fratelli d'Italia e SEL) hanno continuato a fare autentico terrorismo affermando che, con il Fiscal Compact, l'Italia dovrà varare nei prossimi 20 anni manovre recessive da 50 miliardi l'anno in ossequio al piano di rientro del debito sino al 60% del PIL.


Il loro "ragionamento" è presto spiegato: siccome il debito pubblico italiano ammonta a poco più di 2.000 miliardi ed è pari a più del 120% del PIL, portarlo al 60% significa più che dimezzarlo, ossia ridurlo di 1.000 miliardi, che, a botte di un ventesimo alla volta, fa appunto 50 miliardi all'anno.
Ignoranza crassa, propaganda bieca o un mix venefico delle due cose?
Poco importa.


Quello che importa è che il piano di rientro previsto dal Fiscal Compact, insieme alla regola del pareggio di bilancio (che poi in realtà è una meno rigida regola dell'equilibrio di bilancio), non ha per oggetto il debito in quanto tale, ma il suo rapporto con il PIL.

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IL DECLINO DI ORSONI

Non credo che il Sindaco di una città con 3.000 dipendenti e 27 partecipate guidate da 170 componenti di organi di amministrazione e controllo che a loro volta hanno un organico complessivo di ulteriori 7.600 dipendenti possa permettersi il lusso di imputare per intero al Governo centrale tutte le colpe delle difficoltà che discendono dall'esistenza di un patto di stabilità.
Più ancora, non credo che questo atteggiamento autoassolutorio pro domo propria, che fa il paio con quello autoincensatorio di alcuni giorni fa, quando il Sindaco è addirittura arrivato a dire che la concessione del Salva Venezia era la prova della qualità del bilancio del Comune, sia un comportamento responsabile e facilitatore della deroga che il Sindaco chiede in questi giorni a quello stesso Governo centrale che insulta, mentre dovrebbe anteporre alla propria narcisistica difesa personale il conseguimento di questo risultato a favore dei tanti dipendenti comunali che rischiano seriamente il taglio della busta paga.
Credo infine che, per i numeri che ho ricordato prima, il consenso del Sindaco e della sua maggioranza sarebbe ancora più basso dell'infimo livello cui è arrivato, se non fosse sostenuto da uno zoccolo duro che deriva dalle evidenti politiche clientelari che caratterizzano da anni la gestione del Comune.
Insomma, ci sarebbe veramente di che tacere, per lo meno in questi giorni.''

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SULLA CASA CI ASPETTAVAMO UNA RIFORMA: ADESSO PUNTIAMO I PIEDI E CI PENSIAMO NOI

La partita della tassazione sulla casa era in salita sin dal principio, ma difficilmente il Governo avrebbe potuto fare peggio di quel che ha fatto su questo specifico dossier.
Quello di riformare la materia, introducendo già dal 2014 una service tax, era stato uno degli impegni che il Governo aveva preso da subito e con toni perentori.
Da maggio a novembre 2013, c'era tutto il tempo per fare un lavoro più che valido, per chi era stato delegato ad occuparsene in seno al MEF.
Invece, a pochi giorni dall'avvio dell'iter del disegno di legge di stabilità, è stato presentato alle Camere un testo inguardabile dal punto di vista della adeguatezza tecnica e assolutamente carente dal punto di vista della coerenza politica.
Difficile essere più teneri nei confronti del penoso balletto di sigle (TRISE - TARI -TASI - TUC - IUC) che, alla fine della fiera, facevano e fanno tutt'ora da cappello a nulla più che alla rimodulazione dell'IMU prima casa con ridenominazione in TASI (per poter dire che l'IMU prima casa non c'è più), alla ridenominazione della TARES in TARI e alla sostituzione della maggiorazione TARES con un ulteriore aggravio dell'IMU sugli immobili diversi dalla prima casa.
Come se non bastasse, queste mere ridenominazioni e rimodulazioni sono state fatte in modo talmente approssimativo da indurre il Governo, su pressioni dei Comuni, a proporre modifiche alla TASI a meno di 10 giorni dalla sua entrata in vigore.

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A PROPOSITO DELLE FATICHE DI ERCOLE DELLA DELEGA FISCALE

Nei giorni scorsi, il Sole 24 Ore ha posto il quesito giusto nell'ottica dell'approvazione definitiva della legge delega di riforma fiscale, prevista per febbraio: riuscirà poi il MEF a gestire nei 12 mesi successivi l'emanazione dei 14 decreti attuativi?
Il dubbio è a dir poco legittimo, perché quello che il MEF ha dimostrato, in occasione della recente partita della tassazione sulla casa, costituisce un pessimo biglietto da visita: il Governo ne aveva fatto una bandiera sin dalle sue primissime battute, eppure, dopo vari mesi, l'unica cosa che si è stati capaci di partorire è stato il pasticcio della IUC, vero e proprio gioco delle tre imposte, di qualità per altro talmente scadente da necessitare ancora oggi di ritocchi e ritocchini.

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SUGLI "AFFITTI D'ORO" LA DIFFERENZA TRA RIFORMISTI RADICALI E POPULISTI DEMENZIALI

Quello che si è letto e sentito in questi giorni in materia di "affitti d'oro" è la perfetta sintesi della totale inadeguatezza del Movimento 5 Stelle a portare avanti pure le battaglie giuste.
La norma, inizialmente introdotta dall'articolo 2-bis del Decreto 120 del 15 ottobre 2013 prevedeva che "le amministrazioni dello Stato, le regioni e gli enti locali, nonche' gli organi costituzionali nell'ambito della propria autonomia, hanno facolta' di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il termine di preavviso per l'esercizio del diritto di recesso e' stabilito in trenta giorni, anche in deroga ad eventuali clausole difformi previste dal contratto".
Una disposizione giusta, ma, scritta così, perfettamente in linea con la politica di chi dice che i politici fanno schifo tutti senza distinzioni, perché consente al settore pubblico di recedere unilateralmente da tutte le locazioni in corso senza distinzioni.
Per questo, noi di Scelta Civica, quando abbiamo preso atto che la norma era stata successivamente espunta, abbiamo sostenuto convintamente le ragioni della sua reintroduzione con il Decreto Salva Roma, ma abbiamo anche condiviso la scelta di escluderne l'operatività per lo meno quando il proprietario degli immobili locati sono fondi di investimento immobiliare, per evidenti ragioni di tutela dei risparmiatori.

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IL RILANCIO DI SCELTA CIVICA SOLO CON UN MODELLO PARTECIPATO E DEMOCRATICO DI ORGANIZZAZIONE. IL MESSAGGIO DI ENRICO ZANETTI ALL'ASSEMBLEA DI SC VENETO DEL 21 DICEMBRE.

Carissimi, scrivo queste poche righe, che chiedo all'amico Alberto di leggervi, per significare quanto mi spiaccia non essere con Voi e con il Segretario Giannini a fare il punto sulla nostra attività parlamentare in questo 2013 e, soprattutto, sulle prospettive della nostra azione politica nel 2014.
Credo però che il voto finale alla Camera sulla legge di bilancio in una giornata particolare e poco simpatica come il sabato debba vedere la presenza in Aula di quanti più deputati possibili del Gruppo, per non prestarsi a facili strumentalizzazioni sulla qualità e determinazione del nostro impegno.
Lo dico pur non essendo un fan della legge di stabilità votata ieri che sta dietro a quella di bilancio che votiamo oggi; ed infatti, volutamente senza clamori, io la legge di stabilità ieri non l'ho votata, evitando di pigiare qualsivoglia bottone, esattamente come già mi ero astenuto in Commissione Finanze.
Venendo a noi, vi dico che un partito, per avere speranze di successo, deve fondarsi per lo meno su uno dei seguenti due presupposti: una leadership carismatica di altissimo profilo, oppure una base associativa entusiasta e libera di esprimersi.

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STABILITA', ZANETTI : ''LEGGE DELUDENTE. NOI DA ADESSO PIU' IMPORTANTI NEL GOVERNO'' (DA INTELLIGO NEWS)

Mette in fila le “criticità” di una legge che giudica “deludente”, frutto della “scarsa voglia della politica di provvedere realmente a interventi radicali, cui si assomma la zero voglia di fare da parte delle burocrazie dello Stato che spesso, più della politica, hanno la penna in mano quando scrivono gli emendamenti dell’ultimo secondo”. Enrico Zanetti, vicepresidente della commissione Finanze non ci gira intorno e nell’intervista a Intelligonews rilancia la necessità di un maggior peso di Sc nella compagine di governo. Messaggio per Letta…

Onorevole Zanetti, sì di Scelta Civica alla fiducia ma indice puntato sulle criticità della manovra. Quali?

«Si concentrano in particolar modo nell’ambito fiscale dove è stata fatta una finta riforma della tassazione sulla casa, nonostante le promesse fatte dal governo. Tanto è vero che in commissione Finanze mi sono astenuto. La considero una legge finanziaria con molti limiti di agibilità che comunque non le avrebbero consentito di essere particolarmente incisiva e sui quali limiti non si può dare certo la colpa al governo. Non critico la legge si stabilità con una logica populista perché i miracoli non può farli, piuttosto la critico perché quelle poche cose fatte sono state fatte malino».

Qualche esempio?

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